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I quadri dell'esposizione
Collezione privata
Arriva Dado!

100 anni fa nasceva
Dado

Mostra retrospettiva
dal 30 dicembre al 6 gennaio

 

il mediterraneo

galleria-ristorante
via pasitea 236, positano
Tel 089 811 651

 

Grazie zio!

Il ricordo del nipote Giulio Predieri, giornalista, viveur e Presidente dell'Accademia del Tarocchino Bolognese.

 


"Offro da bere a tutti! - poi, sottovoce - Ugo, paga il conto". Non so quante volte avrò sentito Dado pronunciare queste parole, nel lustro che abbiamo trascorso insieme in Calabria oltre quarant'anni fa. Lui era il grande capo dei consorzi di bonifica della Cassa del Mezzogiorno e suo cugino Ugo, mio padre, era il suo uomo di fiducia. Come ogni vero signore del suo tempo, Dado non portava mai denaro con sé e non parlava mai di soldi; e questa sua peculiarità era spesso oggetto di affettuose prese in giro casalinghe.

Dado volava più alto di tutti, in tutti i sensi, e nonostante fossi adolescente me ne rendevo perfettamente conto, tanto che una volta gli dissi: "Zio, tu nella vita avresti potuto qualsiasi cosa, dal neurochirurgo al fisico nucleare, dal notaio al sociologo, dal giudice al ministro, e invece ti sei laureato in scienze forestali".
"Lo so - mi rispose - ma sono contento così. Eppoi bada bene che il ministro non è un tecnico, ma un politico. Ricorda che i tecnici possono fare a meno dei politici, ma i politici non possono fare a meno dei tecnici; diventa un buon tecnico e vedrai che saranno i politici, di qualsiasi colore, a venirti a cercare".

I nostri incontri avvenivano sempre a notte fonda nella sala da pranzo di Catanzaro, dove, sfuggendo al paterno controllo, fingevo di studiare. Dado si materializzava tra le tre e le quattro del mattino e nonostante i boxer e le ciabatte, manteneva quel portamento austero che incuteva soggezione, soprattutto negli estranei, ma solo tenerezza in chi l'amava. Si accomodava in poltrona, accavallava le gambe e con la chitarra in sordina accennava qualche brano. Prima di tornare a letto stava un po' in chiacchiere con me, a volte m'incantava con i racconti della sua vita: la ribellione giovanile alla scuola forestale di Firenze, la stagione della guerra e la sua esperienza da ufficiale, una missione da agente segreto all'estero, la sua Africa, l'erbario somalo, la sbronza con lo stregone in Congo, poi la scoperta e l'infinito amore per Positano e l'allegra napoletanità di Tuppe tuppe mariscià...

Ogni sua storia era un romanzo, ogni dettaglio una sorpresa, rivedo tavolate silenti ad ascoltarlo, risento le risate alle sue battute, lo rivedo catechizzare Roy, il setter irlandese più forsennato della nostra storia, reo d'aver fatto fuori in un lampo le cotolette del nostro pranzo. "Da adesso, gli disse con l'indice alzato, non ti chiamerai più Roy, ma Barabba!".
Dopo aver lasciato la Calabria, salvo incontri sporadici in casa degli altri zii, non ci siamo più trovati a quattr'occhi per una decina d'anni, fino all'autunno del '75. Ero a Roma per un esame, alloggiavo in un albergo dietro via Veneto e nelle pause studio andavo a spasso. Una mattina in una viuzza di fianco a Trinità dei Monti, vidi in lontananza una figura di schiena, era quella di un uomo elegante, piegato contro un muro, aveva qualcosa di familiare, ma non si capiva cosa stesse facendo. Sembra Dado, pensai, e mi avvicinai. Era proprio lui. "Vedi, mi disse, contro questo muro hanno fatto un rogo di foglie secche e di sterpaglie, guarda com'è annerito, stavo studiando e ammirando il colore di quelle sfumature". Poi mi prese sottobraccio, come se ci fossimo lasciati il giorno prima e mi portò in trattoria in una traversa di via del Babuino.

Ero felice di trovarmi di nuovo con lui a ragionar di tutto, non fu un pranzo romano, ma una notte calabra. Al momento del conto ero tutto arzillo perché avrei voluto essere io l'anfitrione, ma leggendomi nel pensiero mi disse: "Non farti venire idee sbagliate". Accusai il colpo. Pagò, stupendomi, con una banconota di grosso taglio; per l'ennesima volta gli dissi: "Grazie, zio!" e lui mi regalò uno di quei suoi sorrisi flash che illuminavan l'aria.

Giulio Predieri

Medy, Dado, Marco e Massimo (Ciuffino) nel 1957