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100
anni fa nasceva Mostra
retrospettiva |
il mediterraneo galleria-ristorante |
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Grazie zio!
Il ricordo del nipote Giulio Predieri, giornalista, viveur e Presidente dell'Accademia del Tarocchino Bolognese.
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"Offro da bere a tutti! - poi, sottovoce - Ugo, paga il conto". Non so quante volte avrò sentito Dado pronunciare queste parole, nel lustro che abbiamo trascorso insieme in Calabria oltre quarant'anni fa. Lui era il grande capo dei consorzi di bonifica della Cassa del Mezzogiorno e suo cugino Ugo, mio padre, era il suo uomo di fiducia. Come ogni vero signore del suo tempo, Dado non portava mai denaro con sé e non parlava mai di soldi; e questa sua peculiarità era spesso oggetto di affettuose prese in giro casalinghe. Dado volava più
alto di tutti, in tutti i sensi, e nonostante fossi adolescente me ne
rendevo perfettamente conto, tanto che una volta gli dissi: "Zio,
tu nella vita avresti potuto qualsiasi cosa, dal neurochirurgo al fisico
nucleare, dal notaio al sociologo, dal giudice al ministro, e invece ti
sei laureato in scienze forestali". I nostri incontri avvenivano sempre a notte fonda nella sala da pranzo di Catanzaro, dove, sfuggendo al paterno controllo, fingevo di studiare. Dado si materializzava tra le tre e le quattro del mattino e nonostante i boxer e le ciabatte, manteneva quel portamento austero che incuteva soggezione, soprattutto negli estranei, ma solo tenerezza in chi l'amava. Si accomodava in poltrona, accavallava le gambe e con la chitarra in sordina accennava qualche brano. Prima di tornare a letto stava un po' in chiacchiere con me, a volte m'incantava con i racconti della sua vita: la ribellione giovanile alla scuola forestale di Firenze, la stagione della guerra e la sua esperienza da ufficiale, una missione da agente segreto all'estero, la sua Africa, l'erbario somalo, la sbronza con lo stregone in Congo, poi la scoperta e l'infinito amore per Positano e l'allegra napoletanità di Tuppe tuppe mariscià... Ogni sua storia era
un romanzo, ogni dettaglio una sorpresa, rivedo tavolate silenti ad ascoltarlo,
risento le risate alle sue battute, lo rivedo catechizzare Roy, il setter
irlandese più forsennato della nostra storia, reo d'aver fatto
fuori in un lampo le cotolette del nostro pranzo. "Da adesso, gli
disse con l'indice alzato, non ti chiamerai più Roy, ma Barabba!". Ero felice di trovarmi
di nuovo con lui a ragionar di tutto, non fu un pranzo romano, ma una
notte calabra. Al momento del conto ero tutto arzillo perché avrei
voluto essere io l'anfitrione, ma leggendomi nel pensiero mi disse: "Non
farti venire idee sbagliate". Accusai il colpo. Pagò, stupendomi,
con una banconota di grosso taglio; per l'ennesima volta gli dissi: "Grazie,
zio!" e lui mi regalò uno di quei suoi sorrisi flash che illuminavan
l'aria. Giulio Predieri |
Medy, Dado, Marco e Massimo (Ciuffino) nel 1957 |